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Milena
Manager per l’ambiente
Produzione & Creatività
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Siamo tornati in ABB e abbiamo intervistato Antonio Giacomucci che lavora per garantire l’attenzione alla sostenibilità e il rispetto per l’ambiente. 

Nome: Antonio
Cognome: Giacomucci
Professione: Sustainability Manager
Azienda: ABB
Da quanti anni lavori: 23 anni di cui 21 in ABB
Qual è il tuo titolo di studio: Laurea in Fisica

Ciao e grazie della tua disponibilità! Siamo curiosi di sapere qualcosa in più sul tuo lavoro. Puoi spiegarcelo in parole semplici? Io mi occupo a tutto tondo di sostenibilità. Cioè, in pratica, devo indirizzare il business affinché, nella definizione della strategia aziendale, si tenga conto non solo degli obiettivi di profitto e di qualità dei prodotti, ma anche di quegli elementi intangibili voluti e apprezzati dagli stakeholder che vanno dalla tutela dell’ambiente alle responsabilità nei confronti della società nel suo complesso. Sintetizzando, fornisco indicazioni per la corretta gestione del business.

Quindi, se tanto mi da’ tanto, in aziende come ABB che fanno della sostenibilità ambientale un vantaggio competitivo, il tuo ruolo risulta particolarmente strategico. E’ corretto? Tutti i ruoli in azienda sono strategici. Ma non nego che le attività che mi competono sono tra quelle che danno un elemento distintivo di valore alla mia azienda. In particolare, traduco il concetto di sostenibilità in iniziative concrete per garantire:

  • La responsabilità sociale, incentrata sul rapporto con gli stakeholder e la società in generale
  • Le “securities”, ovvero le azioni di tutela dei nostri colleghi quando si trovano a lavorare in Paesi a elevato livello di rischio
  • La salute e sicurezza dei lavoratori; puntiamo ad azzerare gli infortuni sul lavoro portando avanti delle politiche particolarmente aggressive che vedono il coinvolgimento attivo di tutto il management
  • E, infine, l’ambiente, che è l’area dove abbiamo una maggiore esperienza poiché è stato il primo capitolo della sostenibilità in ABB.

Come si diventa un’azienda sostenibile? In ABB abbiamo sviluppato la sostenibilità ambientale in diverse fasi.

  1. Siamo partiti dalla valutazione di tutte le sedi e le fabbriche per capire quali fossero le problematiche legate a possibili impatti sull’ambiente, per poi certificarne la conformità con gli standard ambientali definiti dalle normative ISO 14000.
  2. Successivamente abbiamo esteso i Sistemi di Gestione Ambientale alla filiera dei fornitori, lavorando in stretta relazione con la funzione acquisti. È stato un passo particolarmente importante poiché non possiamo ritenerci soddisfatti se i nostri prodotti provengono da processi produttivi controllati ma, poi, ci sono dei componenti che derivano da aziende che non seguono le nostre prassi ambientali.
  3. In seguito abbiamo introdotto il Life Cycle Assessment, ovvero la valutazione dell’intero ciclo di vita. Anche questo elemento è stato fondamentale poiché un’azienda deve avere la consapevolezza che, una volta superati i cancelli della fabbrica, i suoi prodotti restano in funzione per diversi anni: è necessario, dunque, applicare un approccio olistico, come si dice in gergo “dalla culla alla tomba”. La misurazione dell’impatto ambientale deve essere fatta a partire dall’estrazione delle materie prime, per poi considerare le fasi di produzione, assemblaggio, trasporto, installazione, utilizzo e dismissione a fine vita. Solo attraverso questa analisi si può avere una visione reale dell’impatto del prodotto e definire appropriate azioni correttive.
    Il tipico esempio, in questo ambito, è quello delle automobili elettriche: è vero che durante il loro funzionamento non hanno impatti sull’ambiente, ma c’è da considerare che durante la fase di ricarica assorbono energia e, in Italia, si stima che la produzione di un kilowattora di energia elettrica comporta l’emissione di più di mezzo chilo di anidride carbonica!
  4. Tornando al nostro iter, siamo arrivati poi alla pubblicazione delle Dichiarazioni Ambientali di Prodotto: gli esiti degli studi sulle performance ambientali dei prodotti con il ciclo di vita vengono pubblicati in un rapporto che è una sorta di bilancio ambientale.
  5. Attualmente stiamo vivendo una fase in cui la dimensione ambientale è riconosciuta in tutta l’azienda, dalla progettazione, al marketing, alla produzione, alla comunicazione. I nostri prodotti sono apprezzati dai clienti perché non solo assicurano qualità ma presentano anche delle importanti peculiarità ambientali e ciò costituisce il fil rouge della comunicazione e della strategia ambientale della nostra azienda.

A volte sentiamo parlare di “prodotti green” o “eco-compatibili”, ma poi scopriamo che per la loro produzione si consuma molta energia, oppure sono difficilmente smaltibili una volta terminata la loro funzione d’uso. Quali sono gli strumenti per un consumatore che vuole valutare la reale sostenibilità dei prodotti che acquista? Tengo a precisare che non esistono prodotti a impatto zero. Ho fatto prima l’esempio dell’auto elettrica, ma ce ne sarebbero tanti altri. In generale, qualsiasi prodotto che per la sua realizzazione implica una qualche trasformazione, e di conseguenza un consumo di energia, ha un impatto sull’ambiente. Come consumatori dobbiamo considerare che tanto più la materia prima è rara, quanto più il suo sistema di estrazione è complesso, quindi, quanta più energia viene consumata. Al contrario, nel caso di prodotti realizzati con materiali riciclati, il loro costo è ridotto perché minore è il consumo di energia. L’alluminio rappresenta l’esempio più curioso: per la produzione di un chilogrammo di alluminio si consuma tanta energia quanto quella necessaria per la produzione di 100 chilogrammi di alluminio riciclato.
Quindi, tornando al nostro discorso, un consumatore può valutare l’eco-compatibilità di un prodotto dai materiali con cui è realizzato. Un altro elemento di valutazione è dato dal suo consumo, sia durante l’uso sia in fase di stand-by. Infine, se il prodotto è realizzato in UE, ci vengono incontro, a garanzia e a tutela del consumatore, alcune direttive ambientali come ad esempio:

  • • La direttiva sui RAEE, cioè sui rifiuti elettronici (ndr. RAEE è l’acronimo di Rifiuti da Apperecchiature Elettriche ed Elettroniche), che impone ai produttori di prendersi cura del prodotto a fine vita.
  • • Il regolamento REACH (ndr. dall’acronimo Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) che limita l’utilizzo di alcune sostanze nocive, per le quali è necessario possedere una specifica autorizzazione.
  • • La direttiva RoHS (ndr. Restriction of Hazardous Substances Directive) che pone delle restrizioni specifiche sull’utilizzo di alcune sostanze come ad esempio il piombo, il mercurio, il cadmio per la produzione di apparecchiature elettriche ed elettroniche.
  • • La direttiva ErP (ndr. Energy related Product) che stabilisce le regole per la progettazione ecocompatibile.

Infine, le aziende più virtuose mettono a disposizione del consumatore la dichiarazione ambientale di prodotto. Si tratta di una certificazione volontaria che contiene informazioni quantificabili e verificabili sulle caratteristiche del prodotto; un’etichetta ecologica.

E’ vero che le buone pratiche in materia di sostenibilità hanno un costo rilevante per le aziende e, in ultima analisi, per il consumatore? Questo non è sempre vero. Abbiamo appena parlato del costo delle materie prime: l’eco-design o progettazione ambientale richiede di individuare e utilizzare materiali a basso costo, che abbiano un impatto ambientale contenuto. Inoltre, nei processi produttivi gli impatti ambientali sono in gran parte dovuti a inefficienze produttive oppure alla gestione dei rifiuti; produrre con meno scarti e con meno passaggi, semplificando i processi produttivi, consente dei costi minori e un impatto ambientale ridotto. Prassi come il Life Cycle Assessment permettono di individuare i punti della filiera dove è possibile fare degli efficientamenti, con il risultato di produrre a un costo minore, a tutto vantaggio dell’ambiente ma anche del consumatore finale.

I ragazzi che partecipano a “Impresa in azione” e intendono impegnarsi per garantire la reale sostenibilità dei loro prodotti, cosa possono fare in concreto, considerando le loro scarse risorse finanziarie? Innanzitutto, consiglierei loro di studiare bene i materiali utilizzati: la ricerca sta sviluppando nuovi materiali con importanti proprietà tecniche e che consentono dei notevoli risparmi. Poi è importante comprendere la logica del ciclo di vita, utilizzando un approccio totale, “dalla culla alla tomba”. Infine, capire i processi produttivi dei loro fornitori: la selezione corretta della filiera dei fornitori, oltre a garantire standard elevati di qualità, è una tutela per l’ambiente.

La sostenibilità ambientale è un trend che andrà sempre più diffondendosi nei prossimi anni, aprendo a nuove professioni fino a qualche tempo fa impensabili. Quali sono quelle che secondo te saranno più richieste? I consumatori sono sempre più consapevoli e attenti alla tutela ambientale, e questo fa sì che ci sia una maggiore richiesta di prodotti con garanzia di equo affinità. Questo richiede un lavoro di squadra, svolto da persone adeguatamente preparate: queste persone sono progettisti, tecnici della LCA (ndr. Life Cycle Assessment), tecnici del ciclo ambientale, ricercatori, manutentori, fino ad arrivare agli specialisti di green marketing, per citarne solo alcuni.

In sintesi, qual è la tua top five di consigli per diventare un’impresa sostenibile?

  1. L’ambiente viene prima del profitto
  2. Usa preferibilmente materiali di riciclo
  3. Riduci al minimo gli sprechi
  4. Progetta il tuo prodotto dalla culla alla tomba
  5. Comunica con trasparenza con tutti i tuoi stakeholder